
Se mi chiedono quale sia il mio colore preferito, rispondo senza esitazione: quel blu che, in Giappone, può essere evocato dalla parola aoi e che, dalle nostre parti, riconosciamo nelle sue sfumature più profonde come indaco.
È una risposta che mi viene naturale. Non devo pensarci. Mi piace quel punto in cui il blu comincia a incontrare il viola: il lavanda, il malva, il lilla, il porpora, il magenta, il melanzana, l’indaco. Mi piace il modo in cui questo colore sembra stare a metà, senza appartenere completamente a una parte o all’altra. Tra il blu e il viola, tra la luce e il buio, tra il giorno e la notte.
Mi ricorda certe sere d’estate, quando la luna è già visibile e il sole non è ancora tramontato del tutto. Mi ricorda alcuni cieli delle Maldive che, al crepuscolo, sembrano confondersi con il mare. Mi ricorda le ortensie degli Hamptons, vicino New York, e i glicini che ricadono dai pergolati dei vecchi giardini in Toscana.
E penso al grande glicine dell’Ashikaga Flower Park, nella prefettura giapponese di Tochigi: una pianta ultracentenaria, coltivata e curata per generazioni, fino a diventare un monumento dentro il paesaggio.

Solo di recente, però, ho scoperto una storia che mi ha fatto guardare queste tonalità in un modo completamente diverso.
In Giappone il blu e l’indaco – quello che gli americani chiamano genericamente indigo – hanno una storia profondamente legata alla cultura, all’artigianato e al tempo. Non sono semplicemente tonalità di blu, ma il risultato di un processo lento, quasi una forma di vita che deve essere coltivata e curata.
La storia comincia dalle foglie della pianta dell’indaco giapponese, l’ai. Dopo essere state raccolte ed essiccate, vengono lasciate fermentare per mesi, fino a trasformarsi lentamente in una materia scura.
Per mesi.
È una parola che, già da sola, mi fa rallentare.
Forse perché siamo abituati a pensare alle cose quando sono finite. Guardiamo un tessuto quando ha già il suo colore, un oggetto quando è già compiuto, una persona quando è già diventata ciò che vediamo. Quasi mai pensiamo a tutto quello che ha reso possibile quel risultato, a quanto tempo sia servito per raggiungere un traguardo, a quello che è successo prima.
Nel caso dell’indaco giapponese, invece, quel prima è parte della storia.

In Giappone artigiani e famiglie tramandano da generazioni la tecnica di tintura chiamata aizome. Le foglie essiccate e fermentate diventano il sukumo, una materia scura impiegata per preparare il bagno di tintura.
È proprio lì che comincia un’altra forma di cura. La tinozza deve essere mantenuta nelle condizioni adatte, mescolata e nutrita affinché la fermentazione possa continuare.
Mi piace pensare a questa pazienza. Come se il colore fosse qualcosa di vivo, qualcosa che dipende dalle attenzioni di qualcuno. Se viene trascurato, perde la sua forza. Se invece tutto procede come deve, sulla superficie cominciano a comparire piccole bolle bluastre. È quello che viene chiamato il “fiore dell’indaco”.
È il segnale che il bagno è pronto. Che il processo della tintura può iniziare. A questo punto si può immergere la stoffa.
Ed è forse qui che la storia diventa ancora più intrigante. Dopo tanta attesa, dopo aver preparato con cura quella tinozza, prendi il tessuto e lo tiri fuori. Ed è verde. Non è blu, non è ancora indaco. È verde.
Bisogna lasciarlo incontrare l’aria. A contatto con l’ossigeno, il colore comincia a trasformarsi.
Piano piano il verde cambia. Si raffredda, si approfondisce, diventa azzurro, poi blu e, attraverso successive immersioni, raggiunge tonalità sempre più profonde.
Sembra quasi una magia.
Ma se vuoi ottenere un colore più intenso, devi ricominciare. Di nuovo nell’acqua. Di nuovo nell’aria.
E ancora. Una volta, due, dieci, venti, trenta. Il colore non arriva tutto insieme. Si deposita lentamente, strato dopo strato, fino a raggiungere la profondità desiderata.
Trovo particolarmente affascinante questo procedimento. Perché quando guardi una stoffa di un indaco profondo non puoi vedere tutte le volte in cui è stata immersa, le mani che l’hanno tirata fuori dall’acqua o i giorni in cui sembrava che non stesse succedendo niente. Vedi soltanto il risultato.
Credo che questo processo sia una metafora delle vicende della vita. Anche noi, spesso, guardiamo qualcuno e ne ammiriamo la sicurezza, la sensibilità, la calma, la forza, i successi. Vediamo ciò che è diventato, ma non pensiamo a tutto quello che lo ha portato fin lì. Non vediamo le immersioni precedenti.
I fallimenti, le prove andate male, le cadute e le volte in cui ha dovuto ricominciare. Non vediamo le giornate in cui sembrava di essere sempre nello stesso punto, né tutte quelle piccole cose ripetute così tante volte da diventare, alla fine, parte di noi.
Eppure sono proprio quelle a costruire il colore.
Forse è per questo che mi piace così tanto l’indaco. Perché non è un colore immediato. Ha bisogno di tempo, di cura e di passaggi che, singolarmente, sembrano quasi invisibili. Il colore si deposita in modo quasi impercettibile, finché a un certo punto ti accorgi di aver raggiunto la tonalità giusta.
Un processo lento.

Anche noi siamo un po’ così. Passiamo attraverso esperienze di cui spesso non comprendiamo subito il significato. Ci sembra di non cambiare, di essere sempre nello stesso punto. Poi, un giorno, ci fermiamo e ci accorgiamo che qualcosa è diverso.
Non sappiamo dire quando sia successo. Non c’è stato necessariamente un momento preciso, una svolta evidente. Sappiamo soltanto che, immersione dopo immersione, siamo diventati un’altra tonalità di noi stessi.
E forse è questo che mi piace dell’indaco più di ogni altra cosa: il fatto che il suo colore finale contenga anche tutto il tempo che lo ha preceduto.
Perché adesso, quando penso a quel colore, non vedo soltanto una tonalità tra il blu e il viola. Vedo il tempo, la cura, l’attesa. Vedo una pianta, delle foglie lasciate fermentare per mesi, una tinozza che qualcuno continua a nutrire. Vedo una stoffa verde che incontra l’aria e, lentamente, cambia.
E penso che forse anche noi siamo così: non diventiamo ciò che siamo in un solo momento, ma in tutti quelli in cui abbiamo avuto il coraggio di ricominciare. Il colore che vediamo alla fine è soltanto la somma di tutte le volte in cui siamo tornati nell’acqua.
Prima che l’indaco diventasse indaco. Prima che il blu diventasse blu.
Una sensibilità fatta di colore, materia e tempo che appartiene anche alla visione di Dee D’O.
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